1. «La mia vita di Di Cosimo»
2017

XXX.
Amavo la solitudine, a tal punto che non avevo piacere se non
quando pensavo da sola così da poter fantasticare e fare i miei
castelli in aria.
Quando mio padre partì la stranezza del mio cervello si manifestò
ancora di più. Rimanevo di continuo rinchiusa e non lasciavo
nessuno vedermi lavorare, e avevo una vita da ragazza più tosto
bestiale che da ragazza. Non volevo che le stanze venissero pulite,
volevo mangiare solo quando mi veniva fame, e non volevo che
si zappasse o potassero i frutti dell’orto, anzi mi accontentavo di
vedere ogni cosa selvatica, come la mia natura. Il mio amore per
la contemplazione di piante e animali bizzarri mi portava a volte
a provare contentezza e una soddisfazione tale da sottrarmi in me
stessa.

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2. «La mia vita di Parmigianino»
2017

XXIX.
Il cervello che avevo a continui ghiribizzi di strane fantasie mi
allontanava dall’arte, avrei potuto guadagnare l’oro che avrei
voluto, con quello che la natura mi aveva donato. E arrivò un
momento che non volli più imparare, perdevo tempo e spendevo
facendo danni alla mia vita. Fu questo, cercavo l’alchimia nei
luoghi sbagliati, e non m’accorgevo, povera stolta che l’alchimia la
creavo nel dar vita al disegno, senza spesa. Ero invaghita e persi il
cervello diventando sempre più povera, e tal cosa mi fece perdere
infinito tempo e mi fece detestare da molti.

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3.«La mia vita di Botticelli»
2018

VI.
Fui diligentemente allevata a San Defendente e istruita in tutte
quelle cose che era in uso a quei tempi insegnare ai ragazzini
cresciuti in piccoli paesi. Prima di essere inserita nella società e
ancora prima che apprendessi ciò che volevo agevolmente, ero
nientedimeno inquieta, sempre; non mi accontentavo della scuola,
di leggere, scrivere o apprendere la matematica. I miei genitori,
intelligentemente, incuriositi dal mio cervello stravagante,
mi facevano uscire nell’ora di religione, e fu così che con una
competente maestra approcciai al collage, mi invaghii del disegno
e della pittura.

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4. «La mia vita di Da Vinci»
2018

XXIV.
Ebbi un buonissimo maestro. Egli fu di grande aiuto nella mia
giovinezza. In particolare nell’erudizione di princìpi e lettere,
delle quali avrei fatto grande profitto se non fossi stata tanto varia
ed instabile. Mi misi ad imparare molte cose e, iniziate, poi le
abbandonavo. Nell’aritmetica, in pochi mesi che mi applicai
appresi molto e ponevo di continuo dubbi e difficoltà al maestro,
spesso lo confondevo. Benchè mi interessassi di molte cose non
lasciai mai il disegno e il rilievo, queste cose facevano viaggiare la
fantasia più di qualunque altra.

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5. «La mia vita di D’Arezzo»
2019

XXXV.
Il cielo e quella mia buona fortuna, che mi voleva far grande,
resero palese che la città in cui vivevo non era adatta a me, per
non esservi maestri che mi insegnassero a condurmi verso la mia
strada. Oltre ad evermi impoverito di spirito litigai con i miei
parenti, quel luogo dunque mi forzò ad andarmene altrove.
Arrivata a Torino seguii l’istinto di natura di tentare l’arte della
scultura, facendo cosa utile a me stessa e ai miei.

Engraving on paraffin
27 x 19,7 x 2 cm